Cassa Forense non è tenuta a pubblicare i nomi e i compensi dei consulenti incaricati
Rigettato il ricorso di un avvocato che aveva esercitato l’accesso civico generalizzato (Tar Lazio, sentenza n. 5801/2023)
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La sentenza 8 marzo-5 aprile 2023, n. 5801 del Tar Lazio-Roma, sezione V, accoglie le ragioni di Cassa Forense che ha negato ad un iscritto di conoscere tutti i nomi dei professionisti incaricati dall’ente previdenziale negli ultimi cinque anni, e i corrispettivi che avrebbero ricevuto. Per il TAR la richiesta è massiva e la mole di lavoro per evaderla comprometterebbe il buon andamento della Cassa, la quale peraltro non sarebbe neppure obbligata a pubblicare le richieste informazioni sui consulenti incaricati.
Il caso giudiziario nasce a seguito del ricorso di un avvocato che aveva esercitato nei confronti di Cassa Forense l’accesso civico generalizzato (D.lgs. n. 33/2013) per conoscere l’elenco degli incarichi legali giudiziali e stragiudiziali conferiti da Cassa negli ultimi cinque anni, compresi i nominativi dei professionisti e l’importo dei rispettivi compensi, i nominativi dei componenti delle Commissioni di studio per la riforma del regolamento previdenziale e i compensi per l’incarico. Con nota del 9.11.2022 l’Ente previdenziale forense aveva negato l’accesso civico per la prima richiesta, ritenendola “massiva, indeterminata, generica e carente di specificità, non avendo ad oggetto particolari atti o documenti”. Per la seconda richiesta, relativa alla Commissione di studio sulla riforma previdenziale, la Cassa aveva reso noto solamente i nominativi dei componenti interni della Commissione, escludendo quelli dei consulenti esterni.
Dopo l’instaurazione del giudizio davanti al TAR Lazio, la Cassa aveva depositato l’elenco degli incarichi conferiti nel periodo 2017-2022, ma su un totale di 4071 incarichi nel quinquennio, affidati a 119 professionisti, aveva indicato i corrispettivi solo per 1/3 degli incarichi. Riguardo al secondo quesito invece, la Cassa aveva depositato in giudizio i nominativi dei residui componenti della commissione di studio con i compensi percepiti, determinando dunque la cessazione della materia del contendere. L’avvocato ricorrente, ritenendo incompleta la risposta all’accesso civico generalizzato, in relazione ai compensi dei 119 professionisti incaricati, ha insistito per una decisione del Tar che tuttavia ha dato ragione alle difese dell’ente previdenziale.
Richieste di accesso massive
Il Collegio laziale, ha richiamato in favore di Cassa, la delibera ANAC n. 1309 del 28/12/2016 relativa alle linee guida che definiscono l’accesso civico e ne precisano limiti ed esclusioni (art. 5 co. 2 D.lgs. n. 33/2013). La citata delibera stabilisce in particolare che se la domanda di accesso riguarda un numero manifestamente irragionevole di documenti, imponendo un carico di lavoro tale da paralizzare in modo molto sostanziale il buon funzionamento dell’amministrazione, quest’ultima può ponderare da un lato l’interesse dell’accesso del pubblico ai documenti e dall’altro il carico di lavoro che ne deriverebbe.
Sulla stessa lunghezza d’onda, il TAR richiama anche il principio di diritto sancito dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (sentenza 2 aprile 2020, n. 10), in base al quale il diritto di accesso civico generalizzato ha una connotazione solidaristica, (“nel senso che l’apertura della pubblica amministrazione alla conoscenza collettiva è funzionale alla disponibilità di dati di affidabile provenienza pubblica per informare correttamente i cittadini, “) con la conseguenza che l’accesso, finalizzato a garantire il diritto all’informazione per il buon andamento dell’amministrazione non può finire poi per intralciarne proprio il funzionamento. Dunque, conclude il Tar nella decisione in commento, l’esercizio del diritto di accesso deve essere valutato nei canoni della buona fede e del divieto di abuso del diritto, in nome del principio solidaristico.
Sul piano esemplificativo, proprio il Consiglio di Stato nella citata sentenza aveva ritenuto “doveroso evitare e respingere”:
- le richieste manifestamente onerose o sproporzionate: cioè tali da comportare un carico irragionevole di lavoro idoneo ad interferire con il buon andamento della P.a.
- le richieste massive uniche: che contengono un numero cospicuo di dati o di documenti
- le richieste massive plurime che pervengono in un arco temporale limitato da parte dello stesso richiedente o da più richiedenti comunque legati da uno stesso centro di interessi
- le richieste vessatorie o pretestuose: dettate cioè dal solo intento emulativo.
Obbligo di pubblicazione di incarichi di collaborazione e consulenza
Per i giudici della V sezione del TAR Lazio, considerato il rilevante numero di incarichi conferiti da Cassa, e la particolare ampiezza delle informazioni e documenti pretesa dal ricorrente, (atto di conferimento dell’incarico con oggetto della prestazione, ragione dell’incarico e durata, curriculum vitae, compensi, tipo di procedura seguita per la selezione del contraente, numero di partecipanti alla procedura), la richiesta di accesso dell’avvocato avrebbe potuto compromettere il buon andamento dell’ente previdenziale, gravandolo di un carico di lavoro eccessivo.
Perdipiù, osserva il TAR, la Cassa Forense non è soggetta all’obbligo previsto dall’ art. 15 D.lgs. n. 33/2013, di pubblicare i dati dei titolari di incarichi di collaborazione e consulenza. Ciò si ricaverebbe, secondo i giudici amministrativi, dalla lettura concatenata di una serie di norme:
- l’’art. 3comma 1 ter D.lgs. n. 33/2013, cheaffida all’ANAC il compito di precisare nel piano nazionale anticorruzione, gli obblighi di pubblicazione in relazione alla natura dei soggetti, alla loro dimensione organizzativa e alle attività svolte,
- la delibera 1134/2017 ANAC che ritine applicabile alle Casse di Previdenza, il regime degli enti di diritto privato, di cui al co. 3 secondo periodo dell’art. 2 bis D.lgs. n. 33/2013.
- L’allegato alla predetta delibera che elenca i soggetti tenuti a pubblicare i dati relativi ai consulenti e collaboratori, fra i quali non figura la Cassa.
Diniego di accesso e obbligo di motivazione
Infine, per il TAR, il diniego di Cassa Forense non doveva neppure essere motivato in modo particolarmente approfondito dal momento che la decisione era in linea con quanto stabilito dall’ANAC per gli enti di previdenza, e più in generale con i principi di diritto elaborati dal Consiglio di stato in materia di accesso civico generalizzato.
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