La riforma di Cassa Forense, la vigilanza e i termini della procedura (ormai scaduti)
Ricordando il ruolo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali di vigilanza sulla previdenza obbligatoria gestita dagli enti previdenziali di diritto privato, occorre sottolineare che il termine per deliberare sulla bozza della riforma previdenziale forense è scaduto.
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Parto da due dati inoppugnabili:
- la bozza di riforma di Cassa Forense è stata inviata ai Ministeri Vigilanti il 2 febbraio 2023 come risulta, inequivocabilmente, dalla nota del Ministero del Lavoro, (https://www.cassaforense.it/media/10501/punto-xx-nota-ministero-del-lavoro-20230001509.pdf )
- i Ministeri Vigilanti in base al DPCM 46/2011, n. 33, hanno 180 giorni di tempo per deliberare, salvo proroghe conseguenti alla richiesta di elementi informativi.
Il termine è scaduto. Ho allora chiesto al DG di Cassa Forense se i Ministeri Vigilanti avessero deliberato in proposito. Il DG di Cassa Forense mi ha subito risposto di non aver ancora ricevuto nessuna risposta. Non è dato però sapere se, nelle more, i Ministeri Vigilanti abbiano chiesto a Cassa Forense elementi informativi. Da parte mia, propendo per la risposta positiva perché non credo che i Ministeri Vigilanti si facciano scadere i termini. Per scrupolo ho chiesto notizie al Ministero del Lavoro ma, a tutt’oggi, non ho ricevuto risposta.
Sulla procedura il Consiglio di Stato, Sezione III, con sentenza n. 3578/2022 ha affermato che: «Come anticipato in premessa, il termine generale entro il quale il procedimento deve essere concluso, qualora non siano previsti dall’ordinamento giuridico specifici e diversi termini, è quello di trenta giorni indicato dall’art. 2, comma 2, della l. n. 241 del 1990, il quale ha previsto che, “nei casi in cui disposizioni di legge ovvero i provvedimenti di cui ai commi 3, 4 e 5 non prevedono un termine diverso, i procedimenti amministrativi di competenza delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali devono concludersi entro il termine di trenta giorni”. Lo stesso art. 2 al comma 3 ha consentito l’emanazione di norme regolamentari con le quali possono essere introdotti termini derogatori: ha quindi previsto che “Con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, adottati ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta dei Ministri competenti e di concerto con i Ministri per la pubblica amministrazione e l’innovazione e per la semplificazione normativa, sono individuati i termini non superiori a novanta giorni entro i quali devono concludersi i procedimenti di competenza delle amministrazioni statali”. Il comma 4 ha disposto, infine, che “Nei casi in cui, tenendo conto della sostenibilità dei tempi sotto il profilo dell’organizzazione amministrativa, della natura degli interessi pubblici tutelati e della particolare complessità del procedimento, sono indispensabili termini superiori a novanta giorni per la conclusione dei procedimenti di competenza delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali, i decreti di cui al comma 3 sono adottati su proposta anche dei Ministri per la pubblica amministrazione e l’innovazione e per la semplificazione normativa e previa deliberazione del Consiglio dei ministri. I termini ivi previsti non possono comunque superare i centottanta giorni, con la sola esclusione dei procedimenti di acquisto della cittadinanza italiana e di quelli riguardanti l’immigrazione”. […] È rilevante considerare che il termine massimo dei 180 giorni (comma 4) costituisce un’eccezione “di secondo grado”, che si pone quale regola derogatoria rispetto a quella ordinaria del termine di trenta giorni (comma 2) e a quella del limite massimo dei 90 giorni (comma 3), che con regolamento statale può essere fissato per qualsiasi materia di competenza statale».
Poiché i termini sono perentori sarà interessante vedere che cosa succederà. Sta di fatto che gli iscritti, obbligati per legge ad esserlo, a tutt’oggi non conoscono la bozza di riforma e la procedura successiva.
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