Anno: XXVI - Numero 67    
Venerdì 4 Aprile 2025 ore 13:45
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Dazi agli orsi polari ma non alla Russia.

Il regalo di Trump all'amico Putin Il segretario del Tesoro Bessent spiega l'assenza di Mosca dalla lista dei cattivi col fatto che i due paesi non hanno relazioni commerciali a causa delle sanzioni. Niente di più falso. Ecco i numeri che lo smentiscono.

Dazi agli orsi polari ma non alla Russia.

Nel lunghissimo elenco di Paesi che saranno sottoposti ai dazi reciproci annunciati da Donald Trump dal Giardino delle Rose della Casa Bianca c’è un grande assente: la Russia di Vladimir Putin. Un vuoto presto notato da tutti gli osservatori: perché gli Stati Uniti hanno graziato l’invasore dell’Ucraina, mentre quest’ultima è stata colpita da tariffe al 10%? Dal suo insediamento, l’amministrazione Trump ha cambiato la postura degli Usa nei confronti di Mosca, ha riaperto il dialogo e non ha mai rigettato le ambiziose pretese russe su vaste regioni dell’Ucraina, occupate con la forza negli ultimi tre anni. Una legittimazione implicita che ora trova una nuova conferma nella dichiarazione di guerra commerciale globale lanciata dal tycoon, peraltro nel giorno in cui l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, è a Washington per incontrare il braccio destro del presidente americano Steve Witkoff.

Il segretario del Tesoro americano Scott Bessent ha spiegato l’assenza della Russia dall’elenco dei Paesi a cui gli Stati Uniti imporranno dazi reciproci, chiarendo che non ci sono relazioni commerciali. “La Russia – ha detto, rispondendo alle domande dei giornalisti – non è nell’elenco perché non abbiamo relazioni commerciali con loro”. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dato qualche dettaglio in più: “Le sanzioni statunitensi impediscono già qualsiasi commercio significativo con Mosca”. Trump ha minacciato la Russia con tariffe secondarie sul petrolio all’inizio di questa settimana. Ha anche detto di essere “arrabbiato” con il presidente russo per i suoi recenti commenti sull’Ucraina. La Leavitt ha osservato che la Russia potrebbe ancora dover affrontare “ulteriori forti sanzioni”. Mosca ha chiesto a Trump di revocare alcune di queste sanzioni nell’ambito dei colloqui sul cessate il fuoco mediati dagli Stati Uniti, che sono rimasti in gran parte bloccati.

Parole, minacce e avvertimenti che però non trovano riscontro nei numeri. Il valore degli scambi commerciali tra Usa e Russia è effettivamente crollato da circa 35 miliardi di dollari nel 2021 a 3,5 miliardi di dollari durante lo scorso anno a causa delle sanzioni imposte in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Secondo i numeri del Rappresentante del Commercio americano, nel 2024 le  esportazioni di merci degli Stati Uniti verso la Russia sono state di 526,1 milioni di dollari. Mentre le importazioni di merci degli Stati Uniti dalla Russia sono state di tre miliardi di dollari. Anche con Mosca gli Stati Uniti si trovano in una condizione di deficit commerciale, l’anno scorso pari a 2,5 miliardi, ovvero quella condizione che ha indotto Trump a muovere una guerra commerciale al mondo intero.

Eppure la spiegazione non quadra. Washington non ha daziato Mosca, verso la quale paga un deficit commerciale da due miliardi e mezzo ma ha introdotto tariffe al 30% alla microscopica Repubblica di Nauru, un’isola indipendente della Micronesia, con scarsi 15mila abitanti e circa 20 km quadrati di superficie. Così piccola; eppure, così “furba” da derubare una potenza come gli Stati Uniti, verrebbe da pensare. No: nel 2023 lo stato insulare ha esportato in Usa beni per un valore complessivo di un milione di dollari, importando merci per 240mila dollari. Uno scambio per nulla “significativo”, per usare le parole della portavoce di Trump, eppure meritevole di un dazio al 30%. 

Non si tratta di un caso isolato: al Botswana verrà applicata una tariffa del 38%, tutta colpa di un deficit commerciale americano pari a trecento milioni scarsi di dollari. Col Brunei il disavanzo commerciale americano lo scorso anno è stato solo di 100 milioni, ma nessun occhio di riguardo, come per la Russia, anzi: dazio al 24%. A non dire del Regno di Lesotho, enclave sudafricana, che dovrà versare un dazio del 50% a causa del suo surplus verso gli Usa di 234 milioni e mezzo (e cinquecentomila dollari). Per il Malawi la tariffa reciproca sarà del 18%, in virtù di un surplus messo a conto degli americani di scarsi 15 milioni di dollari. Tariffe anche all’arcipelago australiano di Vanuatu, al 22%. 

Tariffe anche alle isole Tokelau verso cui gli Usa hanno un surplus di 100mila dollari, che tuttavia non ha salvato il paese neozelandese da un dazio al 10%. Dazio del 10% anche alle isole Svalbard nel circolo polare artico: nell’arcipelago tra i ghiacci gli orsi polari sono più degli abitanti (3500 orsi contro 2500 persone), probabilmente saranno loro a dover sostenere il costo delle tariffe. Per l’Isola La Riunione nell’Oceano Indiano dazi al 37% a causa di un misero surplus commerciale di 30 milioni di dollari verso gli Usa. Per finire, dazi al 10% per l’isola Heard e le isole McDonald: peccato che si tratti di un territorio disabitato e l’ultima volta che qualcuno ci ha messo piede risale a oltre dieci anni fa. Ma dove non arrivano gli esseri umani, arrivano i dazi di Trump. Esclusa la Russia, si capisce.

di Claudio Paudice su HuffPost

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