Giovani sempre meno propensi al lavoro autonomo.
Cosa accade nelle professioni contabili?
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Le nuove leve optano per occupazioni maggiormente remunerative e soddisfacenti. Sono necessarie politiche di incentivazione all’aggregazione professionale per superare il nanismo degli studi, fino a renderli più competitivi e attrattivi.
In Italia l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro avviene sempre più tardi, come ci racconta il recente Rapporto Confprofessioni presso la Commissione parlamentare per il controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza. I giovani sono sempre meno sensibili al fascino del lavoro autonomo. L’incidenza dei liberi professionisti sui laureati di secondo livello, a 5 anni dal conseguimento del titolo di studio, è calata dal 22,2% del 2018 al 18% del 2022 (-2.151 soggetti). Cosa accade nelle professioni contabili?
Quanto ai commercialisti, il Rapporto annuale 2023 elaborato dalla Fondazione Nazionale dei commercialisti, evidenzia che gli iscritti al Registro dei tirocinanti al 31 dicembre 2022 sono 12.781, con una diminuzione in valore assoluto di ben 1.173 iscritti, pari a un decremento in percentuale dell’8,4%. Con riferimento alla struttura anagrafica, il Rapporto evidenzia come nel 2022 la componente femminile degli iscritti all’Albo passa al 33,7% (-1% rispetto al 2021). Gli iscritti fino a 40 anni risultano pari al 17,1% in calo dello 0,5% sul 2021.
Dal Rapporto annuale sulla professione elaborato dall’Ufficio Studi dei consulenti del lavoro emerge la riduzione del numero dei giovani. La quota di iscritti fino a 40 anni d’età passa infatti dal 18,9% al 14,8%, mentre quella dai 41 ai 50 anni, dal 32,7% al 30,5% tra il 2019 e il 2023. Al tempo stesso, il Rapporto evidenzia, come tra 2019 e 2023 si sia riscontrato un leggero incremento dell’incidenza delle fasce di giovanissimi, con meno di 30 anni. Un dato che può essere ricondotto al miglioramento del raccordo tra mondo dell’università e della professione e ad una crescita di attrattività della stessa tra i giovani che conseguono il diploma di laurea. Il contributo più rilevante al ricambio generazionale all’interno della categoria dei consulenti del lavoro è dato dalle donne. Nella distribuzione per classe d’età, le donne presentano un profilo decisamente più giovane: il 16,5% (contro il 13,4% degli uomini) ha meno di 41 anni, e il 31,4% (contro il 27,3% degli uomini) tra i 51 e 50 anni . Complessivamente, ha meno di 50 anni il 47,9% delle donne e il 40,7% degli uomini. E’ in atto un processo di forte femminilizzazione che ha interessato la professione di Consulente del Lavoro nel corso degli anni. La professione ha visto infatti crescere significativamente la partecipazione femminile e, soprattutto tra le neoiscritte, questa è diventata del tutto maggioritaria. Tra i consulenti con meno di 30 anni, infatti, le donne sono il 60,8%, e tra i 30-34enni, rappresentano il 55,3%.
Entrambe le professioni contabili sono caratterizzate da una diminuzione dei giovani e dei giovanissimi, che tendono a privilegiare scelte lavorative di tipo subordinato, anche per un tradizionale disinteresse della legislazione sociale nei confronti dell’occupazione indipendente oltre che per una evidente e marcata crisi reddituale dei professionisti contabili soprattutto nelle regioni meridionali, come evidenziato nel Rapporto di Confprofessioni. Nel periodo 2018-2022 all’aumento dei redditi nominali corrisponde un gap tra le entrate di quanti si collocano nella fascia d’età 61-70 e quanto conseguito tra chi ha fra i 31 e i 40 anni, con notevole divario. Ecco perché le nuove leve optano per occupazioni maggiormente remunerative e soddisfacenti. Sono necessarie politiche di incentivazione all’aggregazione professionale per superare il nanismo degli studi. Strutture aggregate, nelle forme consentite, composte da soci professionisti esperti più anziani cui si affiancano diversi giovani motivati e specializzati potranno gestire al meglio incarichi complessi e rilevanti sia sotto il profilo economico che della crescita professionale delle nuove leve. Favorire la crescita dimensionale degli studi incrementerebbe la competitività degli stessi e l’attrattività rispetto ai giovani.
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