Anno: XXVI - Numero 66    
Giovedì 3 Aprile 2025 ore 13:45
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I dazi sono stupidi. E possono portare alla fine dell'Europa

Intervista all'imprenditore ed ex governatore del Friuli, Riccardo Illy: "Il modello che disegna Trump non sta in piedi, a perderci sono tutti. Per le imprese impossibile ammortizzare il 25% di imposte, l'unica strategia possibile è delocalizzare negli Usa".

I dazi sono stupidi. E possono portare alla fine dell'Europa

Riccardo Illy non si capacita. “Trovarci oggi a una guerra dei dazi lo trovo semplicemente inconcepibile, incredibile. Se non ci saranno ripensamenti, questa situazione potrà portare alla fine dell’Europa”. Imprenditore, ai vertici di Illycaffè per molti anni, ma anche amministratore pubblico – sindaco di Trieste, presidente della regione Friuli Venezia Giulia, deputato indipendente di centro-sinistra – Illy è anche saggista, docente universitario, console onorario francese. Oggi presiede il Polo del gusto, la holding che riunisce marchi di eccellenza del made in Italy (e non solo) enogastronomico, come Domori, Pintaudi, Agrimontana.

I dazi americani sembrano precipitare il mondo in un’altra epoca. È così?

Mi faccia confessare lo stupore per una situazione che ha dell’incredibile. Già David Ricardo, tra ‘700 e ‘800, aveva dimostrato come la libertà di commercio porti un vantaggio a tutti. Durante la grande depressione del 1929 si cumularono due errori: il diffuso protezionismo e la politica troppo restrittiva della banca centrale americana, che non immise abbastanza liquidità nel sistema. Pensavo che queste lezioni potessero bastare a scongiurare una politica economica centrata sui dazi. Ma evidentemente la storia non insegna.

Donald Trump ne fa una leva fondamentale del suo consenso. Il 2 aprile, quando i dazi entreranno in vigore, è per lui il giorno della liberazione.

Ma il modello che disegna non sta in piedi. Basta valutare con un po’ di razionalità le cose che promette per capirlo. Trump ha detto di voler ridurre le tasse agli americani e per farlo prende i soldi dai dazi. Ma se io fossi americano rifletterei sul fatto che con una mano dovrò dare di meno, ma dall’altro dovrò pagare i dazi, che sono comunque tasse e vanno allo stato. È una partita di giro. Cosa cambia, qual è il vantaggio? Senza contare che sono gli Stati Uniti come sistema Paese a rischiare di rimetterci di più, come conseguenza del fatto che l’unico effetto certo che hanno avuto quelle misure è intanto di aumentare il livello di incertezza su tutti i mercati.

In che senso?

La decisione di Trump si basa su un’analisi a dir poco parziale. Se guardiamo come fa lui alla solo bilancia commerciale degli scambi con gli Usa, ha ragione lui, è passiva. Ma poi bisogna guardare alla bilancia commerciale sui servizi, e questa è fortemente attiva e compensa in buona parte quella sulle merci. Ma poi c’è un terzo effetto da considerare: i flussi finanziari. Il dollaro è la moneta principale degli scambi a livello globale e spesso è considerata un bene rifugio, quasi come l’oro. Questa centralità del dollaro negli scambi globali fa sì che gli Stati Uniti riescano a finanziare il loro indebitamento, sia privato che pubblico, con facilità e a tassi bassi. Alla fine se c’è un deficit complessivo della bilancia dei pagamenti, la differenza rientra negli Usa sotto forma di investimenti finanziari, o di bond pubblici o di investimento sulle borse. Trump sta rischiando di far saltare questo equilibrio complessivo. A causa dell’incertezza sugli Stati Uniti e sulle loro politiche si perde il ruolo del dollaro. E l’incertezza è amplificata dal fatto che Trump sta mettendo a repentaglio la democrazia, l’indipendenza della magistratura e dei mezzi di informazione. È una cosa inaudita di cui parliamo molto poco. Ma che rischia di generare perdita di fiducia nei confronti degli Usa.

Il quadro è preoccupante. Come si potrebbe reagire?

In primo luogo si può sperare che sia il Parlamento statunitense a rendersi conto dei rischi che Trump sta facendo correre al suo Paese e che a un certo punto lo fermi. In fin dei conti Trump starà alla Casa Bianca meno di 4 anni ormai, ma si suppone che il Parlamento duri ancora molti secoli. Può darsi che la maggioranza repubblicana a un certo punto reagisca e gli metta un freno. Anche se lui già parla di terzo mandato. E non a caso guarda ai modelli di dittatori consolidati, come Putin, Xi Jinping … tutti politici che hanno abolito il limite ai mandati. Per cui c’è sperare che i parlamentari americani aprano gli occhi. È probabile che il tentativo trumpiano fallisca, se a ogni azione corrisponde una reazione di segno contrario. Del resto anche Musk sta avendo i suoi problemi con Tesla…

Le imprese cosa possono fare?

Diciamoci la verità: molto poco. Gli imprenditori possono diversificare i mercati, guardare ad altri sbocchi. Ma un dazio del 25 per cento non c’è modo di ammortizzarlo, in quel caso la perdita di volumi sarà molto consistente. Uno può aumentare la produttività, può cercare di ridurre i margini, per compensare un po’, ma non il 25 per cento. È pressochè impossibile.

La delocalizzazione negli Usa è una strategia plausibile? È uno degli obiettivi che si pone Trump.
Per le grandi imprese sì. E ne abbiamo degli esempi. Il pastificio Rana produce da tempo i suoi tortelloni in America. E non sono gli unici. Anche altre si stanno apprestando a farlo, ma lo può fare chi fattura centinaia di milioni di euro. Non è per tutti. Ed è una strategia che richiede molto tempo. Se uno decide di aprire uno stabilimento negli Usa non può essere subito operativo. Senza contare che il tasso di disoccupazione negli Usa è al di sotto del limite fisiologico, e Trump annuncia deportazioni di massa degli immigrati. Per cui non si capisce chi dovrebbe lavorare al made in Usa che ha in mente lui. E’ un altro degli aspetti che rende assurdo il suo modello.

Intanto, come accennava, si scaricano sull’economia gli effetti per così dire psicologici. Le aspettative creano danni reali. Ieri le borse europee hanno bruciato 245 miliardi, la sola Piazza Affari ha mandato on fumo oltre 16 miliardi di valore.

Certo, e aggiungo che l’incertezza sta provocando prima di tutto una riduzione degli investimenti. Chi prevedeva di aumentare la capacità produttiva perché aveva vendite in crescita, di fronte a un calo dei consumi negli Usa attende, e posticipa a un momento in cui il livello di incertezza sarà calato. E questo riguarda anche i consumatori: chi aveva messo in conto l’acquisto di automobile, di un’abitazione… di una spesa consistente, ci pensa su mille volte. Uno degli esiti probabili della politica dei dazi sarà una recessione globale. La mia impressione è che Trump non abbia idea dello sconquasso che sta già arrecando. Carlo Cipolla aveva descritto molto bene questa situazione. Lo stupido – diceva – è colui che con le sue azioni crea non solo un danno ad altri, ma anche a se stesso. Sono d’accordo con Giavazzi: i dazi sono una manovra stupida.

Voi come Polo del gusto avete già bloccato delle esportazioni?

Noi no. Lo hanno fatto nel settore del vino, perché lì i dazi erano già stati introdotti durante la prima presidenza Trump, e dunque avevano un quadro prevedibile. Su altri beni alimentari non sono stati ancora introdotti e noi al momento di effetti concreti non ne abbiamo visti. Ma siamo preparati a tutto. E ci aspettiamo anche che nostri clienti ci dicano di bloccare gli ordini. Il livello di incertezze è massimo.

Lei accennava al fatto che si potessero aprire nuovi mercati. O aumentare le quote in altri finora poco esplorati.

Noi esportiamo in Cina da diversi anni con le principali società del Polo del gusto. È senza dubbio un mercato in crescita, ma per farci affidamento c’è bisogno di qualche cambio di strategia internazionale da parte di Xi Jinping e mi riferisco alla dichiarata amicizia con la Russia. Ci sono, poi, altri mercati in forte crescita: il Sud America ha un potenziale importante. E poi c’è l’Africa, che sta dando segnali di crescita molto significativi. Ma occorrerebbe che i governi dei paesi capissero che è loro interesse ridurre le barriere doganali. Faccio l’esempio del Brasile. È pressochè impossibile esportare da loro, tra dazi, accise e imposta sul valore aggiunto. Uno prima paga il dazio, poi l’accisa anche sul dazio e poi l’iva sulle precedenti. Così il prezzo di un prodotto importato diventa non competitivo con quello locale.

Veniamo ai governi. In Europa è aperto il dibattito se la strategia giusta sia quella di rispondere ai dazi coi controdazi, come sembra sia orientata la Commissione. Oppure provare a trattare, a negoziare. Qualcuno come Salvini arriva a ipotizzare la trattativa diretta.

La trattativa come Stato non si può fare. Giustamente la competenza è affidata all’Unione europea. Proprio perché noi non possiamo negoziare direttamente con gli Usa, perché la competenza è comunitaria, prima di andare a proporre dei controdazi proporrei di eliminare quelli che ci sono. Ci vorrebbe un accordo di libero scambio, quella è la risposta giusta. Se poi bisogna arrivare a una situazione da ‘occhio per occhio, dente per dente’, più che alle merci guarderei ai servizi e studierei tasse in quei settori. A cominciare dai giganti del web. Non sono dazi, sono tasse. Ma l’effetto può essere lo stesso.

Potrebbero obiettarle che così non sfrutteremmo il rapporto privilegiato del governo italiano con l’amministrazione Trump.
Il vero rischio che corriamo è un altro, e sarebbe dirompente per l’Europa: che Trump passi ai dazi selettivi. Che dica, ‘siccome Meloni mi sta simpatica, sui prodotti dall’Italia non applico dazi o ne applico di più bassi’. I dazi selettivi da parte americana danno la possibilità agli Usa di scegliere i dazi in maniera individuale e questo sarebbe dirompente. Perché è difficile non accettare dazi più bassi. Ma sarebbe la fine dell’Europa, che si basa sul mercato unico da una parte e sulla valuta comune dall’altra. Purtroppo di progressi in termini di integrazione politica se ne sono fatti molto pochi in questi anni. E l’interesse degli Usa è che noi ci dividiamo. Più siamo disintegrati, più loro hanno gioco facile. Non mi sorprenderei se Trump arrivasse a fare anche questo. A disconoscere il ruolo dell’Unione europea. In ogni caso bisogna essere pronti a tutto.

Cosa dovrebbe fare la Commissione?

L’Unione europea dovrebbe proporsi come un modello di democrazia che si sostituisce agli Usa in termini di stabilità economica, di rapporti commerciali aperti ed equi nei confronti del resto del mondo. I dazi sono una grande minaccia per l’Europa, è chiaro. Ma sono anche una grande opportunità di riacquisire un ruolo di leadership dopo decenni di ritardo. Questo riguarda anche l’euro, perché se il dollaro perde il suo ruolo di valuta degli scambi globali, quale altra valuta può acquisirlo? Le statistiche già dicono che i volumi degli scambi in euro sono in costante aumento.

di  Alfonso Raimo su HuffPost

 

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