Anno: XXVI - Numero 67    
Venerdì 4 Aprile 2025 ore 13:45
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I dazi una sciagura. Saranno i mercati a fermare Trump

Intervista con l’ex premier ed ex dg di Bankitalia Lamberto Dini: "Gli Usa declinano e non sono più in grado di reggere un mondo globalizzato, le tariffe sono figlie di un'America debole. Alle elezioni di midterm il presidente diventerà un’anatra zoppa. La strategia europea è giusta. Ora si adotti il rapporto Draghi

I dazi una sciagura. Saranno i mercati a fermare Trump

A Washington lo chiamavano Lambertow, tanto era marcato il suo americanismo. Ma adesso Lamberto Dini, 94 anni, guarda “sconcertato” e “indignato” a ciò che sta accadendo in America. Condanna i dazi: “Una sciagura, un danno per tutti, a cominciare dagli States. Ma la forza dei mercati fermerà il presidente americano”. Suggerisce all’Unione europea di trattare: “Bene minacciare contro-misure. Trump è un negoziatore, la spara grossa ma a volte è spinto a cambiare idea”. Boccia l’idea di Matteo Salvini di negoziati bilaterali: “E’ una cavolata, non si può fare. Il leader leghista è una spina nel fianco per tutti. A partire da Meloni”. In più, Dini ne ha anche per Sergio Mattarella: “Dice cose sagge e giuste, ma non esageriamo con le interferenze della presidenza della Repubblica: non è lui a gestire il governo”. Ma andiamo con ordine.  

Presidente Dini, lei è stato premier, ministro del Tesoro e degli Esteri, direttore generale della Banca d’Italia, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale a Washington. Insomma, di cose ne ha viste tante. Ha mai assistito a una guerra commerciale come quella scatenata da Donald Trump?

ssolutamente no. Non è mai successo in passato. Ma va detto che negli ultimi trent’anni il libero commercio di merci, capitali, tecnologie ha garantito in un mondo globalizzato una crescita del benessere, del reddito e dell’occupazione senza precedenti. Ebbene, oggi quel sistema non è più sostenibile per il declino economico degli Stati Uniti. E la crisi americana non nasce non Trump. Henry Kissinger affermò, già qualche anno fa, che l’ordine mondiale che aveva governato i rapporti internazionali era entrato in una crisi irreversibile. E questo perché gli Usa non erano più capaci di sostenerlo. Tant’è, che già Joe Biden dichiarò che, per frenare la crescita della Cina, il governo americano avrebbe dovuto fare ricorso a crescenti misure protezionistiche, in quanto il libero commercio non era più sostenibile. In sintesi: gli Usa da anni sono consapevoli di non poter reggere la concorrenza internazionale. E qui arrivano i dazi di Trump.

Che effetto le ha fatto lo show di Trump che dalla Casa Bianca ha annunciato in mondo visione che “renderà l’America più ricca” grazie all’”indipendenza economica” prodotta dall’ondata di dazi commerciali?

Un effetto terribile. Tanto più che avverrà il contrario. I dazi per gli States saranno una sciagura e sono la dimostrazione della perdita di competitività dell’economia americana, tranne che nel settore dell’alta tecnologia. Ed è qui dove può far più male l’Europa.

Trump ha attaccato ieri sera “gli amici europei”: “Sembrano carini, ma ci hanno derubato per anni. Sono patetici”. Siamo ladri e patetici?

Sono terribili idiozie. Attaccare l’Europa significa rinnegare i valori condivisi dagli Stati Uniti, senza pensare alla storia e ai legami che uniscono le due sponde dell’Atlantico. Ciò che sta facendo Trump è inaudito.

Oltre ai fumogeni dei proclami populisti e nazionalisti, è difficile comprendere la ratio economica che muove il presidente americano. Moody’s denuncia il rischio di una recessione mondiale e si teme una nuova fiammata dell’inflazioneIn più, subito dopo l’annuncio dei dazi, la Borsa di New York è andata in rosso e il dollaro e i titoli di Stato americani sono crollati. Trump, che non poteva non saperlo, perché ha deciso di tirare dritto?

Perché in realtà Trump è inconsapevole, non si aspettava questa reazione negativa. E poi spera che i dazi porteranno molte aziende straniere a produrre in America. Ma non ci credo: il clima di incertezza creato dal presidente Usa non rende attraenti gli States, senza contare che la conseguente diminuzione dei consumi e degli investimenti interni farà conoscere all’America una pesante recessione. Tutto questo con debito federale altissimo, vicino a quello dell’Italia. Dunque l’aumento del costo dei Bond produrrà altro debito. Un guaio serissimo per gli Usa. Una sciagura.

Mattarella ha detto che i dazi sono un “errore profondo” e che da parte europea “serve una risposta compatta, serena, determinata”. È d’accordo?

Sono d’accordo: Mattarella dice cose sagge e giuste. Ma non sono d’accordo sul fatto che sia il presidente della Repubblica a dirlo. Non è il capo dello Stato a gestire il governo. Non esageriamo con le interferenze della presidenza della Repubblica. Deve essere il governo italiano a dire cosa si deve fare.

Probabilmente Mattarella è intervenuto perché la premier Meloni è stata a lungo esitante sulla linea da prendere.

Questo lo capisco, ma ripeto: la politica estera ed economica è competenza del governo.

La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, avrebbe voluto una reazione dura e immediata, invece gli Stati nazionali hanno scelto la strada della prudenza. La reazione europea sarà in due tempi: dal 13 aprile i dazi su acciaio e alluminio e alla fine del mese nuove tariffe su altri settori merceologici. Cosa ne pensa?

È la scelta giusta. L’Ue deve trattare per fare in modo di non lacerare il rapporto con gli Stati Uniti. Europa e America assieme costituiscono l’Occidente e noi dobbiamo restare legati e difendere l’Occidente. Non ci possiamo distaccare. Dunque, ben venga un negoziato, forti della dimensione economica dell’Ue. Bene perciò predisporre misure restrittive come base di una trattativa. E il fatto che si agisca in due tempi è saggio: annunciamo le contromisure e nel contempo negoziamo prima di metterle in atto nella speranza che Trump rinunci ai dazi.

Ma con il tycoon si può davvero mediare? Appare un pistolero da film western, Colt in pugno per far valere la legge del più forte…

Sì, ma è anche un uomo d’affari. Un negoziatore. Le spara sempre molto grosse. A volte è costretto a fare retromarcia, altre volte tira dritto.

 La risposta deve essere dell’Ue, oppure Meloni – forte della sua consonanza politica con Trump – dovrebbe tentare un negoziato bilaterale? Salvini chiede questo…

Il commercio è competenza dell’Ue, dunque la risposta può essere soltanto europea. Salvini è una spina nel fianco per tutti, a partire da Meloni. Vuole sempre cercare di distinguersi nella speranza di recuperare i voti perse, ma prende sempre posizioni inaccettabili.

Nella sua offensiva, Trump non ha fatto esenzioni per i Paesi europei, come l’Italia, più “vicini” politicamente. Il presidente americano non ascolta, insomma, il richiamo della tribù e non concede trattamenti di favore con chi gli è vicino politicamente. È l’aspetto spietato del sovranismo e del nazionalismo?

Direi proprio di sì. Trump in più vuole dividere l’Europa, vuole spaccarla per renderla debole. Per questo vorrebbe trattare con i singoli Stati, ma nessun Paese europeo si deve permettere di accedere a negoziati bilaterali, vorrebbe dire fare il gioco di Trump.

Una delle contromisure europee potrebbe essere colpire le Big tech e l’esclusione delle aziende americane dagli appalti europei? È una strada valida?

È la strada migliore. Se si va a vedere la bilancia dei pagamenti tra Usa e Ue, si scopre che abbiamo avanzi sulle merci, ma che abbiamo disavanzi importanti sui servizi. Perciò che si colpiscono le multinazionali del settore digitale si fa un gran male a Trump.

Basterà per spingerlo a ridurre i dazi?

Se non bastasse, presto ci saranno le dure reazioni in America a fargli cambiare idea. Con l’economia ferma, i prezzi in salita, la scarsità di beni di consumo, gli americani si faranno sentire. In più c’è la forza dei mercati, quelli borsistici e soprattutto quelli obbligazionari. Sarà questa forza a fermare Trump. Senza contare che l’incertezza generata dal tycoon sta portando alla fuga verso l’Europa di molti investimenti. Un altro serissimo danno per gli Usa.

Draghi ha suggerito di evitare rappresaglie commerciali e di puntare sui mercati di India e Cina. Sono sufficientemente ampi per accogliere l’export europeo?

Ancora non si sa, ma bisogna provare. È possibile che ci siano margini per conquistare quote in quei mercati, tanto più adesso che quello americano è chiuso dalle barriere di Trump.

Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha detto che con l’avvento dei dazi bisogna essere prudenti con il taglio dei tassi di interessi. È d’accordo?

Sì, perché è probabile un effetto inflazionistico. E perciò c’è il rischio che si fermi la discesa dei tassi. E non dimentichiamoci che negli Usa sono molto più alti che in Europa: i loro problemi anche su questo fronte sono maggiori dei nostri.

Alcune aziende italiane, come Illy e Vismara, stanno pensando di aprire stabilimenti negli States per aggirare i dazi. Un danno per l’Italia, sia in termini di crescita economica, che di occupazione…

Vediamo. Come ho detto, non credo che siano molte le imprese attratte dall’America di Trump fondata sull’incertezza. Tra due anni ci saranno le elezioni di medio termine e quando si rinnoverà completamente la Camera e un terzo del Senato, è molto probabile che il tycoon perderà molti elettori e diventerà una lame duck, un’anatra zoppa. Sempre che i democratici nel frattempo si saranno ripresi dalla batosta subita.

Secondo la presidente della Bce, Christine Lagarde, le decisioni di Trump potrebbero spingere gli europei a “iniziare una marcia verso l’indipendenza dagli Usa in termini di difesa, energia, finanza e digitale”. È un eccesso di ottimismo?

È la mia speranza. Ma sono molti i governi sovranisti in Europa che vanno nella direzione opposta. Si tratta solo di sperare che venga adottato l’ottimo rapporto presentato da Mario Draghi.

di  Alberto Gentili su HuffPost

 

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