Elly Schlein ridisegna il centrosinistra. Ecco come
Renzi si vende il merito del centrosinistra allargato. Ma è tutto un piano della segretaria, che è accentratrice, ambiziosa e con la virtù del tempismo.
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Gli incontri con Prodi, la marginalizzazione dei capibastone del Pd, l’esclusione di Calenda, l’elezione di sé a candidata premier. Racconto e cronistoria di un progetto
C’è riuscito pure stavolta. Da dieci giorni Matteo Renzi appare su media vecchi e nuovi come il principale artefice di una delle poche, vere novità della politica italiana degli ultimi due anni: l’allargamento stabile e strategico del centro-sinistra, unica geometria che potrebbe rendere possibile un futuro cambio di maggioranza in Italia. Renzi, si sa, è il più abile, spregiudicato e veloce fantasista del campionato politico nazionale: da dieci anni a questa parte nessuno come lui sa giocare senza palla, capire in anticipo tattiche, passaggi e “mercato” degli alleati-avversari.
E tuttavia stavolta il vero artefice non è lui, la vera storia della svolta del centro-sinistra è diversa di quel che pare: subito dopo le elezioni europee, Elly Schlein – sino a quel momento sapiente agitatrice e catalizzatrice di opinioni protestatarie – ha capito che era venuta l’ora di cambiare panni. Ha intrecciato una serie di colloqui riservati – da Romano Prodi a Matteo Renzi, passando per Carlo Calenda – al termine dei quali ha capito che si erano create le condizioni per il suo cambio di ruolo: da segreteria del Pd a federatrice e leader di tutte le opposizioni. Ed ha iniziato ad uscire allo scoperto. Con un elogio pubblico riservato a colui che sino a quel momento era “il mostro” per tanti elettori schleiniani: “Renzi ha un afflato unitario, lui ha capito, Calenda no”.
Poiché quasi nessuno se ne era accorto, il 16 luglio Schlein – a favore di fotografo – ha platealmente abbracciato Renzi durante la “Partita del cuore”, un gesto che soltanto gli ingenui hanno interpretato come un afflato spontaneo, ispirato dalla bontà bipartisan dell’evento. Chiunque conosca bene Schlein, ne ha accertato la capacità di programmare gesti e parole, di mostrare sentimenti e celare i risentimenti. Schlein è accentratrice e ambiziosa e sta dimostrando di possedere anche una virtù indispensabile per un politico che vuole arrivare: il tempismo. E infatti la segretaria del Pd ha capito che il momento per “sdoganare” Renzi era arrivato. Certo, una volta capita l’antifona, una robusta mano gliel’ha data anche lui: quando i due si sono parlati a tu per tu, ai primi di luglio, lui le ha detto le sole parole che lei voleva sentirsi dire: “Elly tu sei la leader che ha più voti nella coalizione, la nostra candidata premier sarai tu”.
Per Schlein, dopo l’avanzata del Pd alle Europee, l’investitura da candidata era un passaggio probabile ma non scontato e sentirselo dire, in viva voce da Renzi, l’ha sbloccata. E come suggello di questi privati duetti, l’ex presidente del Consiglio, nella sua ultima intervista al Corriere della sera, ha dichiarato anche pubblicamente il suo endorsement. In quel momento Renzi ha fatto terra bruciata attorno a quei notabili del Pd (Dario Franceschini in primis) che si sarebbero proposti come pontieri tra lui ed Elly, ha tagliato fuori Carlo Calenda, ha escluso dalla cabina di regia Giuseppe Conte. E quanto a Romano Prodi, nell’ultima chiacchierata con Schlein, si è raccomandato di insistere su un punto: interpellare e tornare a coinvolgere direttamente il “popolo” di centro-sinistra attorno ad un programma condiviso e realistico di una sinistra di governo.
Certo, la strada non è un tappeto di rose. Per Renzi restano da gestire alcuni passaggi: non tanto la fronda dentro Italia Viva (oltre Luigi Marattin, i gruppi parlamentari seguono compatti il proprio capo), mentre si preannuncia impegnativo calibrare i toni in occasione del referendum sul renziano Jobs Act, promosso dalla Cgil, a suo tempo sottoscritto da Schlein e da diversi parlamentari Pd e in programma quasi certamente nella primavera 2025.
Certo, in quella occasione potranno alzarsi scintille, ma il comune avversario d’ora in poi è Giorgia Meloni e difficilmente potrà sciogliersi un patto a due che ha assegnato a entrambi un ruolo granitico. A Schlein quello di leader dell’opposizione con vista su Palazzo Chigi. A Renzi il ruolo di “queen maker”: un’investitura che in un colpo solo ha svuotato la cabina di regia del centro-sinistra, da sempre affollatissima da tanti “dottor Sottile”, da tanti leader-interditori, da tanti consiglieri del mondo politico-mediatico che da decenni suggeriscono mosse e destini alla sinistra italiana.
Di Fabio Martini per Huffpost
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