L’AVVOCATURA INTERVENGA PER RIDISEGNARE LA GOVERNANCE
Il messaggio dal Congresso di Roma: Se gli avvocati non sono forti non la società non è forte
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Si aprono i lavori della Sessione Ulteriore del XXXIV Congresso nazionale forense. Da tutta Italia, 650 delegati, avvocate e avvocati per discutere sulle riforme della Giustizia avanzate dal governo e in discussione in Parlamento. Ad aprire i lavori alle 9.30, le relazioni dei vertici istituzionali e politici degli oltre 240mila avvocati italiani, alla presenza della ministra di Giustizia, Marta Cartabia,
“Non posso non rinnovare a ciascuno di voi – ha esordito nel suo intervent la ministra – l’impegno di farmi carico con me della responsabilità di provare ad arrivare a quella meta”: la riduzione drastica dei tempi dei processi in Italia. In cinque anni – ha esemplificato la ministra – siamo chiamati ad abbattere del 40% la durata dei processi civili. Non perdiamo di vista la meta” della riduzione dei tempi dei processi, “l’impegno dal quale dipende l’erogazione di 209 miliardi per il nostro Paese. Non mi sottraggo alle mie responsabilità, che sono dure, sono esigenti – ha sottolineato Cartabia -, ma dobbiamo andare avanti. Ho bisogno di ciascuno di voi, non posso farcela semplicemente portando da sola un’ipotesi che deve affrontare questi problemi che derivano da decenni di disattenzione della giustizia italiana”.
Il coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense, Giovanni Malinconico ha da parte sua sottolineato: “Faremo quadrato sui diritti contro la campagna del partito trasversale dei forcaioli, e contro le invasioni di campo di una certa magistratura, pensiamo minoritaria, seppur rumorosa, che insiste con proclami apocalittici, con stime farlocche sulle ricadute della riforma Cartabia che ha un solo obiettivo che come Avvocati condividiamo: la difesa dei principi costituzionali, messi in discussione dalla (Contro)Riforma Bonafede. Gli indagati sono presunti colpevoli, e molte volte, troppe volte, persone che purtroppo finiscono poi nel lungo elenco delle vittime della malagiustizia (e dei risarcimenti e delle condanne della giustizia europea al nostro sistema giudiziario). La durata infinita dei processi è una barbaria, basta con l’eccessiva lunghezza dei processi penali, la Ministra Cartabia e il Parlamento sappiano che l’avvocatura è sempre dalla parte del diritto e dei diritti e quindi, seppure con le dovute critiche, a sostegno di una riforma che è di grande urgenza per il Paese”. “Il problema serio, più volte sottolineato – ha eccepito a sua volta la presidente del Cnf, Maria Masi – è la carenza di magistrati e personale di cancelleria. Prima causa strutturale del malfunzionamento della giustizia. Non possiamo ora con le riforme messe in campo dal Governo correre anche il rischio di una contrazione delle garanzie di difesa e così dover subire ulteriori ritardi. Non è una gara a chi è più responsabile dell’eccessiva lunghezza dei tempi dei processi tra avvocati e magistrati. Non abbiamo la necessità di invocare provvedimenti sanzionatori nei confronti dei giudici se non rispettano i tempi, meno che mai è accettabile che qualcuno ne preveda per gli avvocati. Però, se il senso politico di queste riforme si basa anche sul principio della responsabilità degli operatori della giustizia, questa responsabilità deve essere condivisa. E consideriamo opportuno l’impegno preso oggi dalla Ministra a cancellare quella parte della riforma sulle sanzioni che rischiava di essere controversa e punitiva. Quello che all’avvocatura spaventa sono le preclusioni, i filtri, che comprimono il processo e il diritto di difesa. Laddove ci sono avvocati che discutono di riforme della giustizia con proposte e critiche, quelle proposte e quelle critiche sono a tutela dei cittadini. Prioritaria per l’avvocatura è la funzione che è chiamata ad assolvere. La preoccupazione principale non è la professione in quanto tale ma la corretta possibilità di svolgere appieno il ruolo costituzionale. Grave invece assecondare quel pregiudizio sugli avvocati che utilizzerebbero la professione come ammortizzatore sociale per le troppe, tante domande di giustizia”.
il presidente di Cassa forense Valter Militi, parte dalla lunga emergenza sanitaria: “Gli avvocati, già gravemente colpiti dalla situazione di crisi generale del Paese, e dalla contrazione della domanda di giustizia, subiscono i disservizi del comparto, caratterizzato da una cattiva organizzazione e dall’uso limitato di risorse. Il Recovery Fund offre un’importante opportunità di recuperare l’efficienza della tutela legale e giurisdizionale. Se lo Stato ritiene che una Giustizia efficiente garantisca il rispetto dei diritti dei cittadini, agevoli il corretto funzionamento del mercato e delle transazioni economiche, renda attrattivi gli investimenti nel nostro Paese, impieghi le risorse necessarie. Cassa Forense, senza alcun contributo statale, subendo peraltro un’ingiustificata tassazione sulle misure di sostegno che va ad erogare, ha impiegato, nell’ultimo anno, oltre 100 milioni di euro per misure di welfare attivo a favore dei propri iscritti. Con gli investimenti nell’economia reale, in sinergia con le casse dei liberi professionisti riunite in Adepp, l’Ente dà risorse e forza all’economia del Paese ed allo stesso tempo opportunità di crescita reddituale per gli Avvocati”.
Ha insistito sulle conseguenze dell’emergenza sulla quotidianità della giustizia il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Antonino Galletti: “La pandemia ha portato, involontariamente, alcune utilità che l’Avvocatura ha il dovere di difendere e che sono una base di partenza per future migliorie: la copia esecutiva telematica, il PCT in Cassazione, le udienze a trattazione scritta o da remoto (in assenza di diverse indicazioni delle parti). Una velocizzazione di quel processo di informatizzazione che, se non diventa imposizione calata dall’alto, indubbiamente rappresenta una modernizzazione del processo. Ma se questo accenno di rivoluzione telematica è un dato positivo, le infrastrutture telematiche devono però ancora essere sviluppate e potenziate adeguatamente, come del resto tutte le infrastrutture, come l’edilizia giudiziaria, oramai fatiscente e inadeguata. Resta poi la nota più dolente, su cui l’Ordine Forense della Capitale si è pronunciato: le drammatiche carenze delle piante organiche, tanto della magistratura, quanto del personale amministrativo. Senza queste fondamenta, premessa di qualsiasi riforma del processo, tutto si riduce in operazioni di chirurgia plastica sui codici, interventi di facciata che possono forse ingannare l’Europa per ricevere i finanziamenti, ma non producono in concreto alcun beneficio per gli avvocati, ma soprattutto per i cittadini”.
Tra gli interventi quello di Vinicio S. Nardo, presidente del Coa di Milano che ha auspicato un corpo sociale responsabile che rilanci la figura dell’avvocato.
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